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Racconti e leggende

Racconti e leggende


A Casa Mantella, sul fronte centrale interno, è stata collocata una lapide il 17 agosto 1856 che ancora oggi si può vedere e leggere: "Addì 27 agosto 1856 - Vittorio Emanuele II - (poi) Re d'Italia - di sua augusta presenza - quest'umile casa - onorava". Le visite frequenti del Re di Sardegna in Cessole e in valle Bormida si ricollegano a numerosi episodi della sua vita privata: la Langa Astigiana era il campo preferito per le sue battute di caccia e per le sue divagazioni spensierate e spassose. I vecchi riferiscono a tale proposito d'aver ascoltato dai loro padri e familiari episodi gustosi e quanto mai espressivi sulla vita e sul temperamento del Re. Lo rappresentavano al vivo, in tenuta da caccia, alla buona, come alla buona era il suo parlare in dialetto piemontese, che toglieva una gran parte di soggezione generata dalla presenza di un monarca, il quale a dispetto di ogni etichetta si adattava bonariamente alle magre mense dei contadini, mangiando con tanto appetito la polenta con la formaggetta e gustando castagne e funghi.

Ricordo della visita del re Vittorio a Cessole restano anche, secondo le testimonianze dei registri dell'archivio parrocchiale, i seggioloni del presbiterio, di cui quello centrale riporta in grande sulla spalliera lo stemma Savoia in velluto rosso.

Altre storie, o forse è meglio dire leggende, venivano e vengono tramandate a Cessole, impregnate magari di fatti di cronaca o notizie storiche ben fondate su cui poi la gente ha più o meno ricamato.

I sotterranei delle case signorili di una volta si prestavano molto bene con i loro anditi oscuri, misteriosi e impenetrabili a racchiudere, conservare e proteggere tesori, segreti, fatti che si volevano nascondere agli occhi indiscreti della gente, soprattutto dei nemici.

Ogni edificio possedeva il suo cunicolo adatto, con temuti trabocchetti sempre imprevisti e imprevedibili, più o meno lungo, ma provvisto almeno di una via sicura di uscita per sfuggire al controllo diretto e alla vigilanza esterna. Una delle famiglie di Cessole più provvista di tale sistema di comunicazione segreta nelle sue varie abitazioni al di qua e al di là di Bormida era certamente, a giudizio dei vecchi, quella dei conti Capra. In prossimità del Santuario della Madonna della Neve, in cui avevano diritto di sepoltura, erano riusciti a scavare una lunga galleria interna, che per la parte bassa e profonda della collina portava alla regione Gere nelle vicinanze del fiume. Questa galleria doveva essere abbastanza ampia e spaziosa se è vero che, in certe circostanze di pericolo, i nobili Capra facevano passare di lì i loro cavalli per abbeverarli al fiume. La Rivoluzione Francese prima e l'invasione napoleonica poi avevano consigliato a benestanti previdenti di nascondere e trafficare segretamente oggetti d'oro e d'argento o di ridurli in moneta, allo scopo di premunirsi per eventuali tempi peggiori.

A quell'epoca, cioè tra gli ultimi anni del Settecento e i primi dell'Ottocento, a Cessole si vociferava che in regione Gere, e precisamente in un ben recondito nascondiglio della famosa galleria, si fondessero e coniassero segretissimamente monete d'oro. Protagonisti dell'impresa erano alcuni signorotti del luogo e dei dintorni che di notte, al sicuro, personalmente attendevano ai loro preparativi e traffici.

Chi ne sapeva di più degli altri in materia era indubbiamente un mezzadro del conte Capra, un certo Pistone che abitava in cascina Ceio (Sei). Costui era sonnambulo. Una notte sogna monete d'oro. Nel sonno si alza non sorvegliato e seguito da alcuno. Da casa Ceio, in camicia, coprendo un tragitto abbastanza lungo, da una collina all'altra, si porta alla casa dei Capra, in regione Cucca (Madonna della Neve). Infila il cunicolo che è noto anche a lui e lo percorre quasi fino in fondo. Finalmente un rumore cadenzato, sempre più distinto e forte arriva al suo orecchio e lo sveglia di soprassalto. In quel momento il conte Laiolo di Cossano e il Marchese di Mombaldone, al lavoro, credendosi scoperti da una spia o da un ladro, gli sono addosso decisi a sopprimerlo se ne contempo il nobile Capra, riconosciuto uno dei suoi mezzadri, non si fosse interposto per salvarlo.

Per comprare il suo silenzio gli proposero di prendere per sé tante monete d'oro quante avrebbe potuto farne cadere nella falda della sua camicia, scorrendo la mano sul tavolo dove quelle erano allineate. Nel raccolse per circa 3500. Una grande e insperata fortuna, che gli fruttò l'acquisto della cascina dove fino allora era vissuto come mezzadro, anche se per la paura che si era procurato gli caddero tutti i capelli.

Quella delle monete d'oro preparò la strada alla vicenda del tesoro nascosto. L'idea prese consistenza alla morte improvvisa del conte Capra in Francia, forse per le scarse sostanze liquide e le poche riserve aurifere che ne risultarono al momento della successione e per le molte voci insistenti che correvano a tal riguardo. Primi di tutti vi prestarono fede i figli stessi del Conte, che nella proprietà ereditata, dove si trovavano la fonderia e la zecca clandestina, operarono ricerche in questo senso, con relativi scavi e anche demolizioni, ma non ne vennero in nulla e allora vendettero la casa nel 1834.

Il tesoro rimase nascosto per allora non soltanto nelle viscere della terra, ma anche nella memoria degli uomini, che forse continuarono a parlarne a tempo perso durante le veglie invernali, come di una favola senza fine, di un mistero che non si sarebbe tanto presto svelato.

Dopo un secolo la faccenda tornò alla ribalta.

Durante i lavori di demolizione della vecchia via Roma a Torino, circa nel 1931, precisamente nei locali dell'Hotel San Carlo, che nel lontano passato era stato di proprietà dei Capra di Cessole, fu rinvenuto dai muratori vicino al tubo di scarico di un lavandino un documento in cartapecora, conservato in un astuccio di zinco. In esso veniva annunciato che in Cessole d'Alba, in regione Colombaia, pure di proprietà Capra, al piano interrato uso cantina sarebbero stati occultati (e le indicazioni erano piuttosto precise) tre vasi contenenti 5000 monete d'oro ciascuno. I muratori trasecolarono a quella scoperta. La fortuna stava per comparire anche al loro orizzonte e non volevano lasciarsela sfuggire di mano. Progettarono subito sul come avrebbero potuto espletare le ricerche e vennero da Torino a Cessole. Ma il segreto non rimase tale a lungo. Per forza di cose dovettero parlare, svelare, chiedere permessi, accordarsi. La notizia divenne presto di dominio pubblico e finì anche sui giornali.

Si frugò in ogni angolo, in ogni buco del sotterraneo indicato dal documento, senza però riuscire nell'intento. Il tesoro non fu mai trovato e poco per volta si persero le speranze, anche se l'argomento fa ancora discutere appassionati e curiosi.